la politica dei dati

Eugene Morozov pone alcune questioni e suggerisce alcune azione sulla gestione dei dati.

Da Silicon Valley: i signori del silicio - 2016

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Ciò tuttavia solleva la terza, e più problematica, questione: perché mai preoccuparsi di mantenere in vita un qualsiasi tipo di Stato, se la Silicon Valley può magicamente fornire da sé i servizi di base, dall’istruzione alla salute? Ancora più importante è chiedersi perché pagare le tasse e finanziare servizi pubblici inesistenti, quando a fornire quegli stessi servizi – secondo modelli molto diversi, ovviamente – sarebbero le aziende del comparto tecnologico? È una domanda a cui né lo Stato né la Silicon Valley sanno ancora rispondere. La sensazione, tuttavia, è che allo Stato moderno non dispiacerebbe affatto se queste aziende giocassero un ruolo maggiore, consentendogli così di concentrarsi sul compito che più gli aggrada: la lotta al terrore.
I cittadini, che non sono ancora del tutto consapevoli di questi dilemmi, potrebbero infine accorgersi che la vera scelta oggi non è tra Stato e mercato, ma tra politica e non-politica. È la scelta tra un sistema privo di qualsiasi immaginazione istituzionale e politica – in cui un non ben precisato mix di hacker, imprenditori e venture capitalists è la risposta preconfezionata ad ogni problema sociale – da una parte, e dall’altra un sistema in cui non sono ancora state messe in discussione soluzioni espressamente politiche su chi – tra cittadini, aziende e Stato – debba possedere cosa e a quali condizioni. Comunque si decida di chiamare il mondo verso cui ci sta accompagnando la Silicon Valley, socialismo digitale non è l’espressione corretta.

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La ragione per cui le favole che ci raccontano gli imprenditori hi-tech americani suonano così gradevoli è che presentano sempre la conoscenza come qualcosa di apolitico, che esiste al di là delle lotte tra cittadini e governi, o tra cittadini e aziende. Nel mondo dei sogni della Silicon Valley i semplici cittadini esercitano lo stesso potere delle compagnie assicurative: perciò – questo è il ragionamento – le informazioni sulle nostre attività dovranno per forza portare benefici a entrambe le parti, no?
Da questo punto di vista gli sforzi di connettere tutti e tutto nell’internet delle cose (Next Frontier for “Internet of Things”: Babies recita il titolo di un recente articolo pubblicato sul sito della CNBC) possono solo significare che gli spazi per l’imperfezione, che ci hanno consentito di rimandare il trionfo della logica del mercato in molti ambiti della vita sociale, si restringeranno ulteriormente.
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Il diritto a connettersi è importante, e altrettanto lo è il diritto a disconnettersi.

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Nessuno nega che la sharing economy possa rendere le conseguenze dell’attuale crisi finanziaria più sopportabili, e magari lo sta già facendo; il fatto è che nell’affrontarne le conseguenze non fa nulla per rimuoverne le cause. È vero che grazie al progresso dell’information technology alcuni di noi possono finalmente cavarsela con meno, affidandosi principalmente a una distribuzione più efficiente delle risorse già esistenti. Ma non c’è niente da festeggiare: è come distribuire tappi per le orecchie contro i fastidiosi rumori stradali, invece di fare qualcosa per ridurli.
Sensori, smartphone, app: sono questi i tappi per le orecchie della nostra generazione. Il fatto che non riusciamo più ad accorgerci di quanto allontanino le nostre vite da qualunque cosa abbia anche solo un sentore di politica è già di per sé un segnale rivelatore: la sordità – all’ingiustizia e alle disuguaglianze, ma soprattutto a quanto sia disperata la nostra stessa condizione – è il prezzo da pagare per questa dose di benessere istantaneo.

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 Cosa c’entra tutto questo con il dibattito sul digitale? Ben poco.
Il modello data-centrico del capitalismo della Silicon Valley cerca di convertire ogni aspetto delle nostre vite – ciò che di norma costituiva l’unica tregua dagli imprevisti del lavoro e dalle ansie del mercato – in una risorsa produttiva. Per riuscirci non solo fa sfumare la distinzione tra lavoro e non-lavoro, ma ci fa anche accettare l’idea che la nostra reputazione sia costantemente in costruzione, qualcosa che possiamo e dobbiamo perfezionare ventiquattr’ore su ventiquattro. Di conseguenza, tutto si trasforma in una risorsa produttiva: le nostre relazioni, la vita familiare, le vacanze, il sonno (siete invitati ad “hackerarlo”, così da riposare il più possibile nel minor tempo possibile).
La retorica che si accompagna a simili “scoperte” è tanto arrogante quanto rivoluzionaria, soprattutto quando si mischia a cose come la sharing economy. «È il primo stadio di un cambiamento ancora più radicale: le persone potranno organizzare le proprie vite in modo diverso, e al posto di lavori da otto ore al giorno cinque giorni su sette potranno dedicarsi a molteplici “attività in condivisione”» ha affermato in una recente intervista Arun Sundararajan, docente alla New York University e grande fan della sharing economy. «Eccolo, il progresso guidato dalla tecnologia, è di questo che stiamo parlando». Oh sì, il progresso non è mai stato così piacevole: chi non vorrebbe lavorare ventiquattr’ore al giorno invece che otto?
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