yuval sul futuro

di seguito una intervista a yuval harari, uno storico ebreo, che
postula alcune relazioni tra sviluppo digitale e crisi strutturale
delle società:


Viviamo in una nuova epoca d’instabilità. Il ritmo della nostra vita, la rapidità del cambiamento
e l’arrivo di nuove tecnologie sono sorprendenti per tutti e inquietanti per molti. Il potere è
passato dalle istituzioni tradizionali alle aziende della Silicon valley.

L’algoritmo di Google influenza l’attività imprenditoriale più di qualsiasi
strategia industriale elaborata dai governi. Secondo alcuni siamo solo
all’inizio,
ci stiamo dirigendo incoscientemente verso il momento in cui le
macchine diventeranno

più intelligenti di noi. Solo alcuni grandi innovatori tecnologici
hanno un’idea della rotta che stiamo seguendo.
Questa è la tesi di Yuval Noah Harari, uno storico israeliano di quarant’anni,
diventato ormai una sorta di profeta quando si tratta di spiegare il passato

e prevedere il futuro. È un po’ come il profeta Giona che racconta la caduta
di Ninive o come Noè (omonimo dello storico) che mette in guardia i
suoi contemporanei
sul prossimo diluvio. È l’indovino amato dalla Silicon valley che non ha uno

smartphone e non usa i social network. L’uomo che trascorre mesi in silenziosa
meditazione per poi riemergere con un libro che spiega alla perfezione
la condizione degli esseri umani oggi.
Il libro che ha fatto conoscere Harari in tutto il mondo, Da animali a dèi.

Breve storia dell’umanità (Bompiani 2015), è diventato un best seller
internazionale
nel 2014 dopo essere rimasto per tre anni in cima alla classifica di
vendite in Israele.
Racconta in che modo un mediocre primate dell’Africa orientale

è riuscito a conquistare il mondo in poche decine di millenni.
Alla base del libro c’è la teoria secondo cui a rendere grandi gli esseri
umani è la loro capacità di raccontare storie. Al contrario dell’Homo sapiens

gli scimpanzé, con cui condividiamo gran parte del patrimonio
genetico, non formano
mai gruppi più grandi di 150 individui. Gli esseri umani usano il linguaggio
per creare miti condivisi – soldi, religione e nazionalismi – che a loro

volta creano legami e permettono di cooperare su vasta scala.
Un algoritmo dell’amore Da animali a dèi è stato scalzato dalla vetta
della classifica delle vendite dal nuovo libro di Harari, Homo deus. A
brief history of tomorrow.

In questo lavoro Harari si avventura nel presente e poi nel futuro,
alla ricerca di una spiegazione del nostro senso d’instabilità
e della rotta intrapresa dalla nostra specie. Alcune ipotesi descritte

nel libro sono allarmanti. Harari suggerisce che gli esseri umani
siano solo una massa di algoritmi biochimici, con poca anima e libero arbitrio.
“Abbiamo capito che anche il sé è una storia inventata”, scrive Harari,

“proprio come le nazioni, dio e il denaro”.
In un futuro prossimo gli esseri umani potrebbero inventare algoritmi
che funzioneranno meglio dei nostri calcoli biologici

e serviranno a migliorare la nostra intelligenza emotiva.
Immaginate un algoritmo dell’amore avanzato che possa evitare
gli errori di valutazione e i desideri superficiali,

e stabilire chi è la persona che ci renderà felici.
Potremmo fare a meno degli appuntamenti imbarazzanti,
sposando la persona che ci suggerisce Tinder.

Pensate a un Kindle potenziato in grado di registrare
le nostre emozioni mentre leggiamo un libro. Usando diversi sensori corporei,
potrebbe individuare i passaggi del libro che ci fanno piangere o ridere,

i momenti in cui le pulsazioni aumentano o quelli che ci annoiano o emozionano.
Un apparecchio del genere potrebbe leggere e immagazzinare
le nostre reazioni meglio del nostro cervello, quindi

perché non permettergli di dirci cosa dobbiamo leggere?
Se un algoritmo potesse registrare tutti i sentimenti politici
che abbiamo provato nella nostra vita – come ci siamo sentiti

ascoltando ogni discorso di un candidato, ogni annuncio politico – è
naturale pensare
che lo stesso algoritmo potrebbe dirci per chi dobbiamo votare.
Perché fidarci alla nostra memoria difettosa e ai nostri preconcetti

quando possiamo votare in base a cosa abbiamo
provato nei momenti importanti dell’ultimo decennio?
Nessun marxista potrebbe più parlare di falsa coscienza.

“Gli algoritmi saranno così bravi a prendere le decisioni
al posto nostro che sarebbe olle non seguire il loro consiglio”, scrive Harari.
Il successo di Da animali a dèi ha trasformato Harari in un intellettuale

di fama mondiale. Chi ha letto il saggio, in cui Harari critica
l’umanità per la sua opera di distruzione dell’ambiente,
non sarà sorpreso di scoprire che le sue previsioni

sul futuro sono altrettanto cupe. “Stiamo assistendo
al collasso di una narrazione”, scrive. “Prima del
1991 esisteva una narrativa della guerra fredda.

Poi la guerra fredda è finita e la nuova narrazione è stata quella
della globalizzazione,
della democrazia liberale e della necessità per tutti di abbracciare
la rivoluzione scientifica e tecnologica. Questa narrazione prevede

che tutti i paesi diventino a poco a poco come l’Europa occidentale
e gli Stati Uniti”. Ma c’è un problema: “Non funziona”, spiega.
“Può funzionare per alcuni paesi e per alcune persone, ma per molti

altri no. Stiamo assistendo al collasso della storia. E quando non
esiste una storia che spiega quello che succede nel mondo
è inevitabile che si diffondano l’insicurezza e la confusione”.

La tesi secondo cui gli esseri umani sono persi senza
una buona storia è tipica di Harari. L’altra fonte d’insicurezza
è la tecnologia, che sta provocando un cambiamento spiazzante,

impossibile da gestire per le nostre istituzioni. “Il ritmo e
il volume del lusso di dati nel mondo contemporaneo è tale
che gli elettori non sono più in grado di reggerlo”, spiega.

“Né gli elettori né i governi capiscono cosa sta succedendo, quindi si
sentono insicuri”.
Ho incontrato Harari due volte per parlare del suo ultimo libro.
È una persona chiusa e seria. Fisicamente è minuto, magro non mostra

il minimo accenno del tono da venditore tipico degli intellettuali alla moda.
Gli e l’ho fatto notare. “Non sono così”, mi ha risposto. “
Ho imparato a farlo. Le persone sono adattabili, ci adattiamo quasi a tutto.

Per prima cosa mi sono esercitato a essere famoso in Israele,
e questo mi ha preparato al ruolo d’intellettuale pubblico a livello
internazionale”.
Durante tre ore di conversazione sono riuscito a strappargli

solo un sorriso (con la mia barzelletta preferita su Einstein).
Ha un suo senso dell’umorismo, estremamente asciutto.
Il suo inglese è superbo, infatti firma le traduzioni dall’ebraico dei
suoi libri.

Quando parla, ricorda Henry Kissinger: i pensieri emergono
come paragrafi perfettamente compiuti, senza esitazioni o pause di riflessione.
Naturalmente insicuro “Stiamo assistendo al collasso di una narrazione”,

scrive. “Prima del 1991 esisteva una narrativa della guerra fredda.
Poi la guerra fredda è finita e la nuova narrazione è stata quella
della globalizzazione, della democrazia liberale e della necessità

per tutti di abbracciare la rivoluzione scientifica e tecnologica.
Questa narrazione prevede che tutti i paesi diventino a poco a poco come
l’Europa occidentale e gli Stati Uniti”. Ma c’è un problema: “Non funziona”,

spiega. “Può funzionare per alcuni paesi e per alcune persone, ma per molti
altri no. Stiamo assistendo al collasso della storia. E quando non esiste
una storia che spiega quello che succede nel mondo

è inevitabile che si diffondano l’insicurezza e la confusione”.
La tesi secondo cui gli esseri umani sono persi senza una buona
storia è tipica di Harari. L’altra fonte d’insicurezza è la tecnologia,

che sta provocando un cambiamento spiazzante, impossibile da gestire
per le nostre istituzioni. “Il ritmo e il volume del lusso di dati
nel mondo contemporaneo è tale che gli elettori non sono più in grado

di reggerlo”, spiega. “Né gli elettori né i governi capiscono cosa
sta succedendo, quindi si sentono insicuri”.
Ho incontrato Harari due volte per parlare del suo ultimo libro.

È una persona chiusa e seria. Fisicamente è minuto, ma sei anni fa Harari
era uno sconosciuto professore dell’università ebraica di Gerusalemme.
Gli avevano assegnato una delle materie meno popolari, storia del mondo.

Nessuno storico specialista vuole passare ore a documentarsi su diversi
argomenti prima di ogni lezione. Harari, però, era soddisfatto del corso:
la sua mente cercava collegamenti, univa i puntini della storia mondiale

scolpendo una narrativa nella vasta massa del sapere. Poi decise di
scrivere un libro.
All’inizio non riusciva a trovare un editore in Israele. Tutti gli rispondevano
che gli israeliani non sono interessati a quel genere di storia.

Poi qualcuno ha deciso di puntare sulla sua opera.
Quello che distingue Harari dai molti cronisti del nostro tempo è la chiarezza
e la capacità di mettere a fuoco le cose. È sempre stato una persona forte.

È nato vicino ad Haifa, nel nord di Israele. Il padre era un ingegnere,
la madre una funzionaria. Nessuno dei due era uno studioso. Harari è
sempre stato interessato
ai “grandi interrogativi”, ma crede che sia stata la meditazione a regalargli

la capacità di raccontare una grande storia senza digressioni,
esitazioni e distrazioni. Ha scoperto il buddismo sedici anni fa.
Oggi medita due ore ogni giorno, la mattina e la sera. Fa ritiri anche
di sessanta giorni,

a volte in Israele a volte in India, e in queste occasioni
rispetta il silenzio totale, al riparo da ogni distrazione.
Tra disastri ambientali, presa del potere da parte dei robot

e decadenza politica, un pranzo con Harari può essere davvero deprimente.
Non si considera un pessimista, ma vede il suo lavoro come un’opera
“correttiva”
dell’ottimismo utopista degli innovatori tecnologici. Indubbiamente

la sua visione è più cupa rispetto a quella della maggioranza.
Non incarna lo stereotipo del maschio israeliano – rumoroso, vivace,
complicato – ma nella sua sincerità e nelle sue opinioni spietate

c’è qualcosa che accomuna le persone cresciute in un paese duro,
poco tollerante con i giri di parole. “Quando cresci in Israele
e in Medio Oriente ti senti per forza insicuro. L’insicurezza diventa
il tuo ambiente naturale”.

Harari è gay. Il marito, Itzik, è anche il suo agente.
È convinto che entrambe le sue identità – ebreo israeliano e gay – lo
abbiamo aiutato
a mantenere le distanze dal pensiero convenzionale.

“Quando sei nel mezzo della corrente non puoi capire davvero cosa succede”,
spiega. “Tutto sembra trasparente. Ma trovarsi
ai margini è molto più complicato: devi riflettere sulle cose”.

Riflettere sulle cose è proprio quello che secondo Harari molti
di noi, compresi i politici, non fanno abbastanza. Invece di pianificare
un futuro così incerto, siamo “bloccati nell’ambiente sicuro”

dei dibattiti novecenteschi, perché sono quelli che riusciamo a capire.
“Come dimostrano la Brexit e l’ascesa di Donald Trump, gran parte della
crisi attuale nasce dal fatto che le persone cominciano a capire

che stanno perdendo il potere. Fanno l’errore d’incolpare Bruxelles
o l’élite di Washington. È sbagliato. Nessuno capisce davvero
cosa succede nel mondo e nessuno lo controlla”. Le uniche persone

che hanno una vaga idea della situazione lavorano nella Silicon valley
dove, secondo Harari, si stanno sviluppando le religioni di domani.
“M’interessano gli scenari, l’ideologia e la mitologia che stanno

creando queste persone”, dice. “Tuttavia penso che molti di loro
siano troppo ingenui, perché non hanno una formazione filosofica e storica,
e fanno le tipiche ipotesi da ingegneri. Non credo però che siano cattivi.

Il problema è che la loro attività non è bilanciata da altri leader
con un’idea alternativa”.
I dati, la privacy, l’automazione del lavoro e il reddito di base,
l’etica dell’intelligenza artificiale, il modo in cui la tecnologia

può aiutare l’ambiente e i poveri: secondo Harari sono i temi
che dovrebbero dominare la politica contemporanea. Gran parte
del potere è passato nelle mani delle élite della tecnologia,

ma continuiamo a prendercela con i vecchi poteri.
“La maggioranza delle persone non capisce cosa sta succedendo”,
risponde Harari. “È felice di avere l’iPhone e di poter leggere

la posta elettronica ovunque e in qualsiasi momento. Non si accorge
che sta cedendo la proprietà più preziosa: i dati. È come all’inizio
dell’era moderna, quando gli imperialisti europei andavano in Africa

e compravano interi paesi per un pugno di perline: oggi regaliamo
i nostri averi più preziosi, i dati, a Google e a Facebook in cambio
di qualche video divertente con i gatti. È dificile cominciare

a pensare alla politica nei termini del ventunesimo secolo”.
Vivere per sempre I cambiamenti evidenziati da Harari e l’incapacità
di adattarci al loro ritmo potrebbero avere conseguenze terrificanti.

Secondo Harari, l’automazione provocherà un’enorme diminuzione
dei posti di lavoro con la nascita di una “classe d’inutili”:
miliardi di persone svuotate di ogni valore economico o politico.

“È cominciato tutto con la classe operaia, che sta diventando
la classe ‘non operaia’”, dice. “Ma la prossima ondata di cambiamenti
portati dall’intelligenza artificiale minaccerà soprattutto

la classe media, perché parliamo di lavori che sono facili da rimpiazzare.
È più facile sostituire un medico che un infermiere. Se sei un medico generico,
e stai seduto alla scrivania davanti a un computer che processa i dati,

è molto probabile che sarai sostituito da una macchina.
Se sei un infermiere e hai dei compiti concreti, fai iniezioni
e tutto il resto, allora non possono sostituirti”.

Harari individua due tendenze ideologiche che emergono
dalla Silicon valley. La prima è il “datismo”, la preminenza
quasi religiosa delle informazioni e degli algoritmi,

che sostituiranno gli istinti umani nel processo decisionale.
La seconda tendenza è il “tecnoumanesimo”. Secondo Harari
l’umanesimo progressista moderno è un’estensione del credo ebraico

e cristiano nell’anima. Per queste religioni ogni anima è preziosa
perché è stata creata da dio. La maggior parte di noi crede
che l’anima sia stata creata dall’evoluzione, ma continuiamo

a considerarla il bene più prezioso nell’universo, e da questo
deriva il nostro attaccamento ai diritti umani. Il tecnoumanesimo
estende questo concetto: l’ossessione per la vita è così grande

che siamo disposti a tutto per proteggerla e allungarla.
Il concetto di anima eterna potrebbe portarci a distruggere
l’umanità come la conosciamo. Per dirla con le parole di Harari:
quello che ci ha resi sapiens ci renderà dèi.

I progressi li vediamo già, in strumenti come gli elmetti
dell’esercito statunitense che usano la realtà aumentata
per accelerare il processo decisionale. Ma il grosso

deve ancora venire. La nanorobotica potrebbe permetterci
di analizzare il sangue distruggendo gli agenti patogeni.
Il cervello umano potrebbe essere collegato a internet in modo

da ampliare la nostra conoscenza semplicemente pensando.
Le nostre menti potrebbero essere collegate l’una all’altra,
creando una rete di cervelli. Tutti sviluppi che, secondo Harari,

produrranno enormi disuguaglianze. In un mondo dove quasi
tutti i lavori saranno automatizzati, le élite non avranno
bisogno delle masse. I miglioramenti biologici non saranno

condivisi con equità, e questo creerà “un’élite cognitiva”
che guarderà il resto dell’umanità con la stessa superiorità
che i sapiens riservavano ai neanderthal.  Il desiderio

di vivere per sempre ci spingerà verso tecnologie sempre
più potenti e invasive. Harari non ha uno smartphone,
ma se la tecnologia potesse allungargli la vita di dieci anni alla ine
cederebbe.

Anche se annuncia una specie di apocalisse tecnologica,
Harari non è un determinista. È convinto che la tecnologia
potrebbe anche portare qualcosa di buono, come energie

rinnovabili eicienti e la capacità di usare le stampanti 3d per produrre cibo.
Secondo lui, dovremmo assumerci la responsabilità
delle nostre azioni: “Se le persone sono preoccupate

devono analizzare la loro vita e le loro decisioni:
sugli smartphone e i computer, e sul trasferimento di autorità agli algoritmi”.
Se fosse vero la metà di quello che dice, la nostra

epoca d’instabilità sarebbe solo all’inizio. Ma come tutti
i migliori profeti, Harari sta lanciando il suo grido d’allarme
appena in tempo per cambiare rotta: “Parliamo di decenni,

non di millenni. Se vogliamo trovare un rimedio,
dobbiamo pensarci ora. Fra trent’anni potrebbe essere troppo tardi”
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